Italia che vince, Italia che perde

C’è un’Italia che vince e una che perde. La prima si è vista ieri in Polonia agli under 35 dove il trio Ayo, Yoghi, Yeman ci ha fatto vincere 3 ori, rispettivamente ostacoli, siepi, mezzofondo. Poi c’è l’Italia che perde, quella che dichiara di non riuscire ad approvare lo Ius Soli. È così, se da un lato permettiamo alle energie migliori di emergere anzi, di farci emergere tutti, dall’altro affossiamo un pezzo di nostro futuro fatto di bambini e ragazzi che rappresentano l’energia indispensabile per far ripartire la crescita del nostro Paese. Abbiamo avuto paura delle nostre potenzialità e quello che ci rimane in dotazione sono solo i nostri limiti. Un abbraccio a tutti i ragazzi di che si sono spesi, sono scesi in piazza, si sono mobilitati e che oggi comprensibilmente si sentono abbandonati. #IusSoli

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Asmara addio

Finito di leggere poco prima di andare a letto. Non poteva che portarmi un sonno tra il tormento e l’estasi. Mi sono tornati in mente i racconti di mia madre, della sua infanzia e della sua giovinezza prima che lasciasse l’Eritrea. Ma soprattutto mi è tornata in mente una scena in particolare. Ho rivisto un aereo stipato in fase di atterraggio pieno di eritree ed eritrei tra cui anche io, mia sorella e mia madre. All’annuncio del capitano dell’imminente arrivo, al solo sentir pronunciare quella parola “Asmara” praticamente tutti i passeggeri iniziarono a piangere mia madre compresa. “Mamma perché piangi?” “Sono felice bambine, sono felice”. Si apre il portellone, scende la scaletta e i passeggeri, che solitamente non vedono l’ora di fiondarsi fuori dal gate, uno ad uno si inginocchiano a baciare la terra. Sembravano dei fiori che stavano sbocciando su quella terra che tanto aveva sofferto. I più discreti si limitavano a sfiorarla e a baciarsi la mano. Molti di loro non vedevano casa da molti anni, mia mamma era tra le fortunate che mancava solo da 12 anni. In molti erano convinti che non ci avrebbero mai più messo piede. Non dimenticherò mai quella scena che all’epoca né io né mia sorella avevamo compreso. Nelle loro lacrime e nei loro volti era racchiuso tutto l’amore per la propria terra che Erminia è riuscita divinamente a raccontare e farmi rivivere. Grazie alla mia amica Veronica per il meraviglioso regalo.

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Ad un passo dall’indifferenza

Un giovane ragazzo di 22 anni, originario del Gambia, è morto oggi nel Canal Grande di Venezia. Ha deciso di farla finita. Non si sa esattamente perché lo abbia fatto, si è ipotizzato un diniego della sua richiesta di asilo. Mentre il ragazzo annegava, le persone che assistevano la scena hanno ripreso il tutto con i telefonini. Intorno al ragazzo si sentono urla di scherno come “Africa” o “Lasciatelo morire”. Non ho parole che per quanto trovi grave quello che è successo ma ancora di più la modalità in cui è morto il giovane immigrato.

Seguitemi un attimo.

Allora un essere umano si butta/cade nel Canal Grande. Mettiamo che non sappia nuotare o che come in questo caso non voglia rimanere a galla ma sprofondare. L’unico modo che si ha per metterlo in salvo è lanciargli dei salvagenti? Mi sembra una storia assurda anche perché il ragazzo non è caduto da un transatlantico in mezzo ad una mare in tempesta ma è ad un passo dalla riva, ad un passo da un vaporetto che trasporta molte persone. Ad un passo dall’indifferenza generale e dallo scherno di chi gli urla “Africa” o “Lasciatelo morire”. Una platea che guarda inerme la vita di un giovane colare a picco. Mi pare tutto così pazzesco.

Ciao Dario!

Avremo avuto 19 anni io e la mia amica di sempre Sara. Un’età giusta in cui decidere di farsi una prima vacanza da sole, all’avventura. Non so se andare per qualche giorno da Bologna a Rimini possa considerarsi proprio avventura, ma per noi a quell’età lo era. Colme di gioia ci imbarchiamo su uno di quei treni che trasportano milioni di vacanzieri verso le coste romagnole. Credo che tutti noi almeno una volta lo abbiamo preso. Ovviamente scegliamo l’ora di punta che ci costringe ad un viaggio da sardine tra ombrelloni, borse da spiaggia, bici, e chi più ne ha più ne metta. A metà del viaggio io e la mia amica ci accorgiamo di un vagone completamente vuoto. Pensiamo sia chiuso per un guasto ma, gonfie della fiducia che solo l’adolescenza sa darti, proviamo ugualmente ad entrare. La porta del vagone si apre e noi ci sentiamo le ragazze più furbe del convoglio. Mentre gli altri viaggiano stipati, noi ragazze sveglie ci siamo guadagnate un posto a sedere, anzi un vagone tutto per noi. Dopo appena 10 secondi si avvicina un dipendente FS e ci dice che lì non possiamo stare perché il vagone è riservato. Proviamo a supplicare ma gentilmente, molto gentilmente, ci viene chiesto di tornare indietro. Poco male, qualche amicizia ce la siamo già fatta tanto da non annoiarci per il resto del viaggio. Mentre giriamo i tacchi, si leva una voce dal fondo del vagone che dice:
“Ma no dai, possono stare. E apritele ste porte che non mi succede mica nulla”.
A quel punto scorgiamo una figura che non avevamo notato prima. Un signore anziano, seduto con un bel cappello che ci chiede di sederci. Figurarsi, non aspettavamo altro. E così io e la mia amica Sara ci sediamo e iniziamo a chiacchierare con quest’uomo che ci chiede della nostra vacanza, dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni. Mi chiede delle mie origini e poi esclama:
” Ah l’Etiopia. E’ dove è cominciato tutto, dove è nata l’umanità. Aspetta un attimo”.
Si gira, ravana un po’ nella sua borsa, prende un foglio a quadretti e butta di getto questo schizzo. Poi me lo porge. Rimaniamo incantate. Arriva la nostra fermata e ci congediamo, a malincuore. Lui aveva da poco vinto il Nobel ed era già il grande artista che oggi tutto il mondo sta omaggiando. Io e la mia amica mica lo sapevamo, ma la sua curiosità, il suo entusiasmo e la sua passione ci avevano ugualmente rapite. Perché quando una persona è speciale non ha bisogno di titoli per lasciare il segno.
Ciao Dario!

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Chi ha paura dell’uomo nero?

“Scimmia. Scimmia africana”

A questo insulto rivolto a sua moglie, Emmanuel Chidi Namdi ha deciso di reagire. Insopportabili quelle parole così irrispettose rivolte alla donna che amava e con cui ne aveva passate tante. Insieme avevano visto i loro genitori morire, perso due figli, intrapreso un lungo viaggio per sfuggire alla violenza e al terrore.

L’assassino di Emmanuel pare sia un ultrà, persona già nota alle forze dell’ordine.

Per quanto mi riguarda, considerare questa vicenda come episodio isolato, frutto di una mente folle, razzista e aggressiva non ci permette di riflettere a fondo e in maniera più ampia sulla realtà del nostro Paese.

“Scimmia. Scimmia africana”

Leggendo quelle parole ho sentito come un pugno allo stomaco, la stessa sensazione che provai nel 2013 quando un Onorevole della Repubblica italiana, Roberto Calderoli,  definí “orango” una Ministra della Repubblica italiana, Cecile Kyenge Kashetu. Le lessi, e le rilessi le parole di Calderoli:

«Ogni tanto, smanettando con internet, apro il sito del governo e quando vedo venire fuori la Kyenge io resto secco. Io sono anche un amante degli animali per l’amore del cielo. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto»

Non so se mi colpì di più l’insulto o il fatto che, poco dopo, la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato non accolse la richiesta del magistrato di procedere contro Calderoli per istigazione razziale. Motivazione? Il Senatore in realtà scherzava e le sue dichiarazioni dovevano essere considerate “insindacabili” secondo quanto previsto dall’art.68.1 della Costituzione italiana.

Un Senatore della Repubblica italiana, che allora ricopriva anche la carica di vicepresidente di Palazzo Madama, dava dell’orango ad una Ministra e tutto questo veniva giudicato uno scherzo o un’opinione in qualche modo giustificabile?
Qualche mese dopo, ad un incontro pubblico a Cervia, la stessa Ministra veniva accolta con un lancio di banane. Un messaggio chiaro.

Questi episodi non me li sono mai dimenticati.

Leggendo dell’uccisione di Emmanuel mi è tornato in mente tutto questo, ma mi sono venuti in mente anche i racconti di amici e conoscenti che si sono sentiti insultati per il colore della pelle o per i lineamenti del viso, troppo marcati a detta di chi li aggrediva. Non riporto le parole perché potete immaginarle.

Un giorno un amico di famiglia di origini africane, ma che vive da quasi mezzo secolo in Italia, mi disse:

“Per quanto uno possa integrarsi, la pella nera è un messaggio ben chiaro che non si può nascondere.  E’ lì che ti ricorda, ma soprattutto ricorda agli altri, le tue origini lontane. E questo per molti è un problema”

Aveva ragione. Forse dovremmo ammettere che in Italia c’è un problema verso chi ha la pelle nera. Un problema di tolleranza ma anche più in generale di accettazione del fatto che esistano ed esisteranno sempre di più neri italiani. Ragazze e ragazzi con la pelle nera nati e cresciuti qui che stanno dando vita ad un nuovo concetto di italianità, più ampio, più ricco, più colorato.

Persone, non scimmie. Italiani, non stranieri.

Abbiamo ancora tanta strada da fare.

 

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Premio Colombe d’Oro ad Abba Mussie Zerai

Quando l’ho conosciuto, ho sentito l’esigenza di raccontare in un post l’esperienza che avevo provato nell’osservare la sua quotidianità fatta di infinite telefonate di richiesta di soccorso che arrivavano dal mare, ma non solo. Avevo tifato per lui quando fu nominato per il Premio Nobel per la Pace. Lo avrebbe meritato. Non posso che gioire nel leggere che oggi Abba Mussie Zerai ha ricevuto il premio Colombe d’Oro in qualità di personalità internazionale impegnata nella promozione della pace e della cooperazione nel mondo. Insieme a lui è stato premiato anche il progetto “Corridoi umanitari“promosso da Comunità Sant’Egidio, Chiesa Valdese e Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. A mio avviso l’unico progetto che vada seriamente e concretamente nella direzione di salvare vite umane e contrastare lo sfruttamento dei trafficanti di esseri umani. Un progetto virtuoso, tutto italiano, che per ora rimane sperimentale ma che mi auguro continui ad andare avanti con un maggiore supporto da parte delle istituzioni, italiane ed europee. Intanto, congratulazioni ad Abba. 20141002-181353.jpg

Bodrum – Kos. Andata e non ritorno

Ancora bambini morti in mare. Piccoli, piccolissimi. Alcuni ancora nel grembo della propria madre. Morti in quel tratto di mare che separa la Turchia dall’Europa. Una manciata di chilometri che tantissimi turisti attraversano in un’ora a bordo di un comodo traghetto. E così dall’Isola di Kos in Grecia si può partire alla volta di Bodrum, provare l’ebrezza di toccare terra turca, fare un giro per i mercati e rientrare in serata con un bel ricordo da condividere con gli amici. Prezzo del viaggio: 32,50 euro.
Per lo stesso tragitto un profugo paga in media 3.000 euro a persona. 3.000 euro per percorrere 32 km a bordo di una carretta fatiscente. Con questa stessa cifra un turista fa avanti e indietro Kos-Bodrum / Bodrum-Kos 92 volte.
Non porta a nulla fare ogni giorno la conta dei morti e dei dispersi. Occorre trovare quanto prima soluzioni che permettano viaggi sicuri a chi ha diritto all’asilo. La redistribuzione e le quote per ogni Paese membro arrivano dopo. È urgente aprire corridoi umanitari che permettano a chi fugge da guerre e dittature di raggiungere la salvezza attraverso percorsi protetti. Se ne parla da troppo tempo senza che però nulla cambi.
Ah dimenticavo, il costo del biglietto a/r per un bambino è 6 euro.

 

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